Cancello Scalo (San Felice a Cancello).Siamo iperconnessi e profondamente soli. Comunichiamo senza smettere, ma raramente ci parliamo davvero. La società  contemporanea ha costruito un'architettura perfetta per evitare il  contatto autentico — e chiamarla progresso.” Viviamo in un'epoca di paradossi silenziosi. Mai nella storia gli esseri umani sono stati così connessi — eppure mai così estranei gli uni agli altri. Le piattaforme digitali moltiplicano i contatti e svuotano le relazioni. Gli schermi mediano ogni esperienza, trasformando la realtà in contenuto da consumare e l'altro da incontrare in un profilo da scorrere. In questo contesto, la società contemporanea ha prodotto una forma sottile ma pervasiva di disumanizzazione: non violenta, non dichiarata, ma strutturale — incorporata nelle logiche dell'accelerazione, della performance e della visibilità costante.  La cultura della liquidità relazionale — dove i legami si contraggono e si sciolgono con la stessa velocità con cui si aprono e si chiudono le app — ha eroso la capacità  di tollerare la profondità. Il conflitto viene evitato, il silenzio viene riempito, la lentezza necessaria all'intimità viene scambiata per inefficienza. L'individuo contemporaneo è sempre disponibile e mai davvero raggiungibile. Sempre visibile e mai veramente visto. È in questo scenario che si colloca la riflessione al centro di questo lavoro: non il coraggio dell'impresa o della conquista, ma quello dell'essere. Essere presenti — in carne, in voce, in sguardo — quando tutto spinge verso la mediazione digitale. Essere vulnerabili in un sistema che premia l'invulnerabilità simulata. Essere, semplicemente, umani — nella propria incompletezza, contraddizione e irrimediabile fragilità. Il Festival delle Corti 2026, che porta come titolo proprio queste parole — Essere umani, che hanno il coraggio di essere umani — nasce come atto culturale di resistenza e di proposta. Non una celebrazione nostalgica, ma un gesto deliberato di controtendenza: restituire visibilità e voce a quella forma di umanità che la modernità accelerata tende a rendere invisibile. Il Festival sceglie come terreno narrativo la Valle di Suessola — un territorio che  custodisce stratificazioni di memoria, di comunità e di appartenenza — per portare alla luce le storie di coloro che hanno edificato, nel tempo e con tenacia, una cultura radicata e relazionale. Sono storie di persone che hanno scelto di restare, di costruire, di tramandare: figure che incarnano quella presenza autentica, quella  connessione profonda e quella riconoscibilità di sé che la contemporaneità sembra sempre più incapace di ospitare. In questo senso, il Festival non si limita a raccontare il passato: propone un'alternativa concreta e incarnata alla crescente disumanizzazione del presente. Le corti — spazi fisici di prossimità, di scambio e di vita condivisa — diventano metafora e luogo reale di un'umanità che non ha rinunciato alla propria profondità. Ogni storia narrata è, insieme, documento e atto: testimonianza che un modo diverso di stare al mondo è stato possibile, e che — proprio per questo — può ancora esserlo. 

Enzo Gagliardi 

Direttore Artistico Festival delle Corti