Santa Maria a Vico. La lettera che Ernesto Savinelli, ex vicesindaco di Santa Maria a Vico, ha inviato al Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana, On.le Carlo Nordio, per illustrare la sua personale vicenda giudiziaria.
Illustrissimo Ministro,
con il rispetto che la Sua carica e la Sua storia personale e professionale impongono, mi rivolgo a Lei nella mia qualità di cittadino che ha servito le istituzioni senza riserve per quasi quarant’anni sia nell’attività politica che in quella amministrativa.
La prego di voler dedicare alcuni minuti del Suo prezioso tempo alla lettura di questa mia, frutto di una lunga riflessione e del bisogno profondo di dare voce al calvario giudiziario che ho vissuto e che ha travolto — per undici interminabili anni — la mia famiglia dal punto di vista umano, psicologico, sociale ed economico.
Per oltre quarant’anni, dicevo, ho servito il mio paese risultando sempre eletto nelle varie consultazioni elettorali, ricoprendo più volte la carica di vicesindaco e senza mai essere sfiorato dal più lieve sospetto. Nemmeno negli anni turbolenti della transizione tra Prima e Seconda Repubblica sono mai stato destinatario di indagini o rilievi di sorta.
Tutto è precipitato il 9 aprile 2014, quando — da vicesindaco del Comune di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta e titolare della delega all’ecologia, impegnato nella gestione della complessa crisi dei rifiuti in Campania- venni raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per l’accusa più infamante che un amministratore possa subire: corruzione finalizzata a turbare un gara d’appalto in favore di soggetti ritenuti appartenenti ad un’associazione mafiosa.
Gliela faccio breve, onorevole ministro: l’accusa riteneva che io fossi intervenuto nella gara d’appalto per l’affidamento del servizio di igiene urbana in cambio dell’assunzione della nipote di mia moglie da parte della ditta aggiudicataria, segnalazione che, scoprii successivamente, fu fatta da mio cognato, colonnello dell’esercito, anch’egli imputato, che aveva avuto precedentemente rapporti lavorativi con la ditta in questione durante l’emergenza rifiuti. Egli stesso ha sempre dichiarato di essere stato lui a chiedere, a titolo esplorativo e senza impegno, se c’era la possibilità di un posto di lavoro per una sua congiunta. Voglio precisare che l’assunzione di cui parlava l’accusa, tra l’altro, mai si è concretizzata. Io non ero a conoscenza della vicenda, come ha sempre confermato anche la nipote di mia moglie, fin dal momento in cui fu condotta -immediatamente e senza preavviso -davanti al pubblico ministero. Nel mio ruolo di assessore all’ecologia e di vicesindaco, del resto, non avevo alcun rilievo formale nell’espletamento della gara d’appalto; una gara che si è reso necessario bandire a seguito del default del Consorzio Unico di Bacino di Caserta, per ragioni oggettive, quindi, e indipendenti dalla mia volontà. Una gara, inoltre, che in sede di dibattimento è stato dimostrato essere pienamente regolare.
Ho più volte chiesto al Pubblico Ministero, tramite i miei legali, di essere ascoltato e di poter confrontarmi con chiunque avesse formulato accuse nei miei confronti. Tale richiesta mi è stata sistematicamente negata, mentre a chi mi accusava, senza fornire alcuna prova concreta, fu concessa ripetutamente la possibilità di esprimersi. Avrei voluto chiarire personalmente che la mia accusatrice si riferiva a fatti generici, conosciuti solo per sentito dire e, nella maggior parte dei casi, non riconducibili alla mia persona.
Onorevole Ministro, spesso si faceva riferimento a una persona con il mio stesso cognome, con la quale la ditta da costei rappresentata aveva avuto rapporti presso l’Ufficio di collocamento. Io, nella mia vita, ho sempre svolto la professione di imprenditore e nulla ho mai avuto a che fare con l’Ufficio di collocamento di Caserta.
Rimasi agli arresti domiciliari per oltre otto mesi, senza poter lavorare, senza prova alcuna, senza alcun tipo di riscontro investigativo, con testimonianze che mi scagionavano completamente, mentre con la mia famiglia affrontavo un dolore lacerante, l’esposizione mediatica, i danni psicologici e l’impatto economico che tale vicenda comporta. Il Tribunale del Riesame, pur facendo decadere le accuse relative all’art. 7, confermava gli arresti domiciliari, interpretando l’assenza di intercettazioni, sia dirette che indirette, su utenze fisse e mobili, come segno della mia “scaltrezza”, piuttosto che come prova della mia estraneità ai fatti.
Per otto mesi non vi furono spiragli, finché la Suprema Corte annullò integralmente l’ordinanza, definendo il mio arresto “privo di fondamento logico prima ancora che giuridico”, e fui reintegrato nel Consiglio Comunale.
Quella pronuncia così netta ed autorevole trova spazio nella pagine della rivista giuridica Giuffrè che decise di darle pubblicità .
Nonostante ciò, gli stessi elementi, già ritenuti inconsistenti dalla Suprema Corte in fase cautelare, sono stati utilizzati per infliggermi pesanti condanne di quattro anni e 6 mesi di reclusione in primo e secondo grado, costringendomi nuovamente a ricorrere alla Corte di Cassazione.
Grazie al supporto del Prof. Franco Coppi e dell’Avv. Raffaele Carfora, ho varcato ancora una volta la soglia della Suprema Corte che ha chiarito che la mia condanna non poggiava su motivazioni tali da consentirne l’emanazione e che la dichiarazione che costituiva il cosiddetto “formidabile riscontro” ritenuto decisivo per la mia colpevolezza, nemmeno esisteva.
Nessuno, in nessuna fase del procedimento o anche delle indagini, aveva mai reso dichiarazioni come quelle a me attribuite e citate nel dispositivo della sentenza.
Dopo undici anni, confidavo finalmente nella ricostruzione della verità. E invece, la Corte d’Appello di Napoli, pur recependo i rilievi della Cassazione, ha dichiarato l’intervenuta prescrizione, chiudendo il procedimento senza restituirmi la piena dignità che solo un’assoluzione avrebbe potuto garantire. Come avrei potuto, rinunciare alla prescrizione dopo aver sperimentato sulla mia pelle che non sempre la Giustizia tutela il cittadino e dopo aver visto, durante tutte le udienze del lungo iter processuale, il pubblico ministero essere molto confidente e condividere svariate pause caffè con il collegio giudicante? Come avrei potuto rischiare di riaprire un processo con dei pubblici ministeri che mi hanno dimostrato che il loro unico interesse non era la verità, ma la conferma delle proprie ipotesi?
On.le Ministro, undici anni della mia vita e di quella della mia famiglia sono stati segnati da dolore, umiliazione pubblica, sacrifici economici, notti insonni e un deterioramento della nostra serenità personale e lavorativa.
Undici anni che nessuna pronuncia potrà restituirci.
E oggi tutto si conclude senza che possa sentirmi dire una semplice, umana frase: “abbiamo sbagliato”.
Ho seguito con convinzione la riforma da Lei promossa e continuerò a sostenerla in prima persona, anche in vista della prossima consultazione referendaria.
La mia vicenda testimonia quanto sia indispensabile un sistema che sappia correggersi e prevenire ingiustizie così profonde, affinché nessun altro cittadino debba subire ciò che ho vissuto io e che ha patito la mia famiglia.
Confido che vorrà considerare questa mia non come un atto di lamentela personale, ma come un contributo civile e sincero alla riflessione su ci che ancora può e deve essere migliorato nel nostro sistema giudiziario. Con deferente ossequio,
Ernesto Savinelli
